Una criniera e un ruggito che spingono nel petto

In una giornata di sole come questa tutto sembra possibile. Tutto sembra più facile. Tutto sembra essere al posto giusto. Tutto sembra raggiungibile. Con la giusta fatica, logico, ma non inarrivabile. Le cose marciano in un verso che appare sempre meno spigoloso e sempre più conciliante. Le ansie, le paure, tutto ciò che prima formava un nuvolone nero si scarica in un sorriso. E una nuova calma viene a salutare il mio presente. Un nuovo divertito senso dell’umorismo e una nuova voglia di sfidare i miei limiti.

Le parole taglienti dette, gli atteggiamenti poco concilianti e poco riguardosi nei miei confronti, tutto ciò che mi avrebbe procurato un malumore o un malessere, vengono lavati via da questa luce brillante, da questo cielo nitido e terso. Non lo nego: l’adrenalina pompa sempre a mille giri, ma qualcosa sta prendendo il posto dell’insicurezza. Ed è in buona parte regalato dall’affetto che le persone (per lo più estranee) dimostrano. Difficile entrare in un luogo già collaudato e conosciuto dovendo diventare i padroni di casa alternativi. Difficile perché, per quanto si faccia il proprio ingresso in punta di piedi, si vanno a rompere equilibri, abitudini, consuetudini, legami che bene o male in anni si sono creati. Difficile perché inevitabilmente si è soggetti a paragoni, a confronti, a rivestire il ruolo di chi un po’ ha rubato la piazza.

Non nego che questo, per la mia autostima sempre un po’ al di sotto del terreno e per la mia sensazione di inadeguatezza, crei un disagio misto a imbarazzo che inevitabilmente si traduce in azioni bloccate, in gesti un po’ meccanici, solo in parte miei, forzati a contenersi dal timore di sembrare eccessiva, di essere additata come quella che non sa fare e che comunque osa.

In questa giornata sento che anche quel grumo si scioglie, perché io so cosa alberga dentro di me. Ed è umiltà, voglia di imparare, voglia di far star bene le persone che ci sono e ci saranno e niente più. Soffio via il grigio, spingo con forza altrove tutte le paranoie, non mollo la presa e son sicura che alla fine avrò ragione dei miei sforzi. Come sempre, con le novità, mi sento piccola e stupida: un piccolo Calimero nero con gli occhi grandi e pieni di domande e il guscio in testa. Ma so che c’è anche una criniera e un ruggito che spingono nel petto e che verranno fuori (già lo stanno facendo). Intanto mi godo la sensazione di questo odierno benessere e di questa nuova voglia di giocare con ciò che mi opprime.

D’altra parte la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita! (Liberamente tratto dal film Forrest Gump)

Buon sole!

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Ogni istante provando

Tutto e niente

in questa me distratta

contratta

amalgamata

compressa e poco compresa

armonica e dissonante

stereofonicamente in mono

soppesatamente folle.

Volteggiando si vortica

di ritmi sincopati

leggeri nel suono

complessi nella sostanza.

Partendo e arretrando

nella gioia di un tentativo

nella tristezza di una disfatta.

A ricominciare.

Ogni istante provando.

A vedere l’umore in giostra,

a confusamente sentire

cercando invano di capire.

Questo è il mio vivere

di ora.

Consapevolezza

cura

amore per ciò che si fa

e si farà.

Calma.

E fiducia.

O non si procede di un passo!

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M’avvampi

Oggi la frase del giorno prende spunto da una chiacchierata occorsa un paio di sere fa con la mia amica Carla. Boliviana di origine, ma ormai italiana e a buon diritto torinese. Eravamo a una presentazione di un libro. Anzi, di tre libri. Poesia. Ad un certo punto è stato letto un verso in cui l’autore recitava m’avvampi. Carla ha ascoltato, ha annotato sul suo immancabile quadernetto e alla fine mi ha chiesto il significato di quell’espressione che le risuonava oscura.

Mi ha aperto un mondo spiegarle quelle piccole due parole. E ancora una volta sono rimasta sorpresa da quante sfumature possa avere la nostra bella lingua. Perché il fuoco ha tanti modi in cui può essere descritto, o meglio in cui può essere descritta la sua azione.

Il fuoco lambisce ceppi di legno, crepita nel caminetto, ardebrucia, ma quando avvampa (e soprattutto quando m’avvampa) non c’è verso di resistergli. Avvolge con le sue fiamme e arde e consuma e accende nello stesso momento. E offre la piena sensazione dell’unicità dell’evento cui stiamo partecipando. Un evento che ha dell’assoluto, tumultuoso, che coinvolge e travolge e non dà scampo. (Immaginate se invece che di fuoco si parla di passione, poi!)

Più o meno è così che ho spiegato la sottile differenza che intercorre tra i diversi termini. E nel frattempo le mie papille gustative intellettuali godevano di questa finezza che rende bella una strofa, un’immagine, che la innalza dallo sfondo per farcela sobbalzare davanti agli occhi. Farcela passare tra i pori e scorrere sotto pelle.

Davvero incommensurabili la versatilità e i dettagli di cui è ricca la nostra bella lingua. Ed è sempre un piacere farsi colpire da queste epifanie, rendendo il nostro piccolo immaginario ricco di elementi sempre un po’ diversi, ma simili, unici nella loro quasi uguale sottile alterità.

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Levate l’àncora: salpiamo!

La riflessione in questo turbinio di avvenimenti sorge spontanea. E ascoltando una musichetta dolce, piana, da pomeriggio soleggiato, ma condita di parole tristi e disilluse, vien da chiedersi davvero cosa sto facendo? dove sto andando? Son giorni vorticosi, densi, belli, ma con l’adrenalina che schizza a livelli improponibili.

Tutto un nugolo di dubbi, incertezze, ansie arriva a far capolino rendendo tutto più complicato, ma forse anche un po’ più facile. Non è forse vero che è proprio è tutto questo concentrato di emozioni contrastanti che dà la forza di andare avanti, di non mollare la presa, di farsi strada e sfidare il presente e se stessi?

Ovviamente la mia testa mi sta dicendo, a fasi alterne, un momento: ce la farai perché hai tutte le carte in regola e sei in gamba! e il momento successivo: ma in che ginepraio ti sei messa? È una faccenda più grande di te! E io, dicotomicamente spezzata tra queste due me rimbalzo da un impegno all’altro tentando di sedare il fiato corto e le inquietudini.

Non so davvero come sarà. So che mi sto divertendo ora, so che la responsabilità sarà grande e che il cambiamento di vita sarà imponente. Ma credo che la cose non capitino a caso, quindi il pensiero salvifico è: questo è il mio momento. D’altra parte non trovo altra spiegazione: è accaduto tutto talmente in fretta che non ho neanche avuto i margini per far sorgere un dubbio che mi avrebbe portata a non intraprendere questa pazza avventura.

E poi c’è lo splendido pensiero oasi: siamo in tre. Sto buttandomi in questo nuovo progetto con due amici che ogni giorno di più stimo e cui voglio sempre più bene. Allora mi consiglio di gettare alle ortiche tutte le remore e le paure e di provare a fidarmi della proposta un po’ folle che la vita mi ha fatto in questo frangente. Fidarmi e affidarmi e farmi portare dagli eventi, assecondandoli con tutta la mia voglia di fare. Altro non so e non mi è dato sapere. Solcherò il mare grosso dell’ignoto, della novità, del cambiamento. E terrò ben saldo il timone. Viaggiando. Veleggiando. In ottima compagnia.

Lacio Drom!

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Questione di schiuma…

Ieri è stata una giornata campale, perciò la chicca del sabato slitta alla domenica. Ho condiviso con voi questa canzone perché è il mio modo per interpretare con un po’ d’ironia il periodo che sto vivendo e le novità che riguardano la mia nuova esperienza lavorativa: a 33 anni dietro ad un bancone a far caffè! Chi lo avrebbe detto? 🙂

FORMICA

Oggi la frase del giorno viene diretta diretta dal libro che sto leggendo. Perché mi ci sono imbattuta, perché l’ho letta e m’è piaciuta e perché a mio avviso va condivisa!

“Guardare una formica è come guardare le stelle, impone una presa di coscienza, una sottomissione. Nell’istante in cui una formica smette di essere solo una cosa minuscola diventa parte integrante dell’esistente, nell’istante in cui smette di essere un puntino calpestabile, soffiabile, schiacciabile con un dito, e diventa lei, un mondo a sé, e per qualche ragione addirittura diventa lei il mondo, ecco che tutti i parametri, le convenzioni, le certezze saltano via, deflagrano nel trauma di quello scarto del pensiero. Guardare una formica, pensavo, guardarla veramente, è una scuola d’umiltà, ti costringe a prendere atto del fatto che tutte le scelte di tutti, i desideri, le necessità, insistono nello stesso luogo simultaneamente, in modi differenti, in mondi differenti. Coesistono, si sfiorano, a volte si toccano, ma non si vedono, non si capiscono. E dal momento in cui succede, che tu l’hai guardata, l’hai vista, hai preso atto del fatto che esiste davvero, che la formica ce l’hai sotto gli occhi, con la sua briciola tra le zampe anteriori, e che fa la sua personale fatica, quella sua fatica titanica per una sua ragione che a te sfugge, che ti sfuggirà sempre, intuisci che la formica non è venuta al mondo per esercitare un fastidio casalingo, ma per fare le sue cose come te, trasportare la sua briciola da un punto all’altro, cambiare idea, cambiare briciola, sbagliare strada, allora ti diventa così vicina, all’improvviso, così vicina, che non puoi più fare finta di niente. Non puoi più credere che la tua realtà, solo perché più grande, sia intrinsecamente più vera della sua. La formica ti scombina i piani, te li sovverte. La rivoluzione copernicana sta nel fatto che tu per lei, dal suo punto di vista, non hai un cuore, non hai una brioche in mano, non hai un marito di fianco che ti sorride e che ti ama con gli occhi, non hai dei pensieri, dei ricordi, delle preoccupazioni, una casa, degli amici, un figlio; tu, esattamente come lei per te, non esisti quasi, sei al limite dell’esistente, ai margini dell’inorganico. Sei una montagna enorme da scalare.”

Che bel brano: un bel bagno d’umiltà, un ribaltamento di punti di vista che aiuta a cogliere un altro nuovo aspetto della realtà, con la semplicità di uno sguardo posato su una formica e il suo lavorio. Ed è solo un piccolo pezzo del puzzle che compone questo libro-diario, in cui una mamma con un figlio adolescente racconta le peripezie di un genitore che da solo si trova ad assolvere il compito educativo verso un essere che prende sempre più le sembianze, ai suoi occhi, di un marziano.

Le pagine scorrono veloci, la lettura è piacevole e divertente, con spunti di riflessione e battute argute in Smamma della torinese Valentina Diana. Opera prima in forma romanzo di quest’autrice, che solitamente scrive ed interpreta testi teatrali.

Il libro è uscito da pochissimo (febbraio!) per Einaudi, quindi non farete fatica a trovarlo!

Fatevi quattro risate!

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