è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa

Oggi ho scelto di prendere spunto, per la frase del giorno, da un libro bellissimo, ma straziante, perché sebbene inizi come la normale storia di una famiglia, oltretutto raccontata con la maestria di chi sa fermare il tempo e farlo tornare alla materia narrata, andando in profondità e proseguendo nella lettura ci si imbatte nella storia di una testimonianza. La testimonianza di una delle famiglie dilaniate dal genocidio degli Armeni del 1915.

Il brano che ho scelto in realtà è introduttivo. Parla l’autrice, bambina, che ancora guarda tutto con occhi ignari e si fa trasportare dal nonno a celebrare quella che è una tradizione. Voglio darvi la cifra di come questa voce sappia avvolgere, coinvolgere, trasportare.

“Allora il nonno mi prese una mano tra le sue e disse: «Questa chiesa è come una nave, ed è il tuo Santo che la guida. Questa chiesa è un porto, ed è il tuo Santo che ci accoglie qui dentro, e detta le parole che hai sentito, e il male resta fuori dal portone» (guardai il grande ingresso: luccicava di luce esterna, e non sembrava un guardiano. Ma il nonno sapeva tutto…). «Questa è la casa visibile che conduce alla casa invisibile. Qui tu sarai sempre a casa. Hai sentito quello che ha detto il Santo: Dio è consolazione e conoscenza, è vicinanza nella malattia, cuore caldo che batte vicino al tuo. Qui ci sono tutti i nostri morti: la nonna Antonietta, la mia mamma giovinetta (il nonno aveva una mamma, scoprii con intensa meraviglia), tutti i miei fratelli scomparsi nella deportazione…»

«Ma adesso» proseguì «andiamo a salutarlo. Non sta bene trascurare il padrone di casa.» […]

«Devi mettere una mano sul marmo […] e dire una preghiera, quella che sai meglio, o che ti viene in mente per prima. Lui vede nel tuo cuore.» Non ero molto sicura che nel mio cuore ci fosse molto da vedere, tutto com’era riempito di cose da bambini. Non mi pareva che ci fosse niente di interessante per un santo. […]

Infine un uomo grosso dietro a noi si accorse del vecchio e della bambina: protesse lui, sollevò me, schiacciandomi contro la lastra nera per un istante. Io pensai in fretta: ‘Prima di tutto, mi chiamo Antonia. Ti dico subito il mio nome, con tutta questa gente altrimenti come potrai poi ricordarti di me?’ Ma lui non rispose. ‘Troppa gente’ pensai, ‘forse dovevo parlare forte.’ Ma avevo fatto il mio dovere, mi ero comportata educatamente; e poi, probabilmente, lui sapeva già chi ero. Glielo aveva detto il nonno.

E la felicità ritornò, impetuosa, come una corrente a trascinarmi insieme alla folla in movimento. […]

Il nonno morì alcuni mesi dopo. Non andammo più insieme dal vecchio frate, non seppi mai quali fossero gli ‘speciali doveri’ di chiamarsi Antonia. Dopo tanti anni, però, non ho dimenticato. Ancora oggi per me le grandi cupole della basilica sono come navi possenti, e veleggiano maestose da Occidente e Oriente, seguendo la profezia, posate come in bilico sulla città tanto più piccola. Ancora mi commuove, ogni volta che entro dal grande portone, l’odore di incenso, il canto delle litanie lauretane (o il loro ricordo), l’eco presente dello scalpiccìo dei milioni e milioni di passi dei pellegrini che, come un mare, vengono e vanno, e dell’anima di ognuno si prende cura il grande Santo, di cui porto il nome.

Dopo tanti anni è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il Santo col fiore di giglio in mano.”

Da queste poche frasi riportate già si coglie un accenno. Già nelle ultime parole sentiamo un pungolo di nostalgia, una sorta di ricerca di radici, di un posto nel mondo, da occupare con la giusta e doverosa dignità di essere umano. Davvero, nonostante la vicenda muova sentimenti a volte piuttosto dolorosi, il libro in sé scorre veloce, pagina dopo pagina, sa tuffare completamente il lettore in ciò che riporta. Senza pietismi, senza muovere forzatamente alla lacrima. Come un diario viene annotata la storia di una famiglia. E Antonia Arslan, con il suo La masseria delle allodole, ha voluto farci sbirciare in quel diario, ha voluto che sapessimo. Perché la tragedia vissuta dalla sua famiglia è anche la tragedia di un popolo. È Storia. Ed è storia recente. Ferita recente. Che chiede solo di non essere dimenticata per rimarginarsi almeno un po’.

Rendete ragione!

Ho avuto modo di leggerlo nella bella edizione BURextra (ristampata da altre più datate) del 2007, che se non erro è la stessa che si trova ancora attualmente in commercio.

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