L’aria era dolce e immobile, come se il mondo stesse lentamente morendo

Oggi la frase del giorno la prendo da un libro che più classico non si può, che avevo letto un po’ per sfida, un po’ per curiosità, un po’ per sfatare luoghi comuni che aleggiano in merito alle sue pagine. Bè, Cari UzzAffezionati, devo dirvi che non ne sono rimasta affatto delusa. Mi è piaciuto, anche se l’ho trovato un tantino manierato, perché considerando l’epoca in cui è stato scritto (gli albori del 1900) m’è parso moderno e anche coraggioso, forse a tratti provocatorio e ammiccante, ma… Una lettura piacevole. Che qualcosa ha lasciato. Ora provo a passarvi il testimone.

“Però, quel giorno, Clifford volle mandare un messaggio al guardiacaccia, e siccome il domestico era a letto con l’influenza, sembrava che qualcuno avesse sempre l’influenza a Wragby, Connie disse che sarebbe andata lei.

L’aria era dolce e immobile, come se il mondo stesse lentamente morendo. Era tutto grigio, attaccaticcio e silente. Non si sentiva nemmeno il rumore dei minatori al lavoro, perché ai pozzi si lavorava poco, e oggi erano del tutto fermi. La fine di tutto.

Nel bosco era tutto inerte e senza moto, solo grosse gocce cadevano dai rami nudi, producendo un rumore sordo. Tutto il resto, tra i vecchi alberi c’era una profondità senza fine di grigio, era disperatamente inerte, silente, vuoto.

Connie camminò mestamente. Il bosco emanava un’antica melanconia, che in qualche modo la calmava, ed era meglio della brutale mancanza di vita del mondo esterno. Le piaceva l’interiorità di quello che restava della foresta, la reticenza muta degli alberi. Sembravano una vera potenza del silenzio, e tuttavia possedevano una presenza vitale. Anche loro aspettavano: ostinatamente, stoicamente, ed emanavano la potenza del silenzio. Forse aspettavano solo la fine; di essere abbattuti, spazzati via, la fine della foresta, per loro la fine di tutte le cose. Ma forse il loro solido e aristocratico silenzio, il silenzio degli alberi solidi, significava qualcosa di diverso.

Quando sbucò dal lato nord del bosco, la casetta del guardacaccia, piuttosto tetra, di pietre scure, con dei frontoni e un bel comignolo, sembrò disabitata, tanto era silenziosa e solitaria. Ma dal comignolo usciva un filo di fumo, e il giardinetto davanti alla casa, delimitato da uno steccato, era molto ben tenuto. La porta era chiusa.

Adesso che era lì si sentì un po’ intimidita da quell’uomo con gli occhi che guardavano lontano. Non le piaceva portargli degli ordini, e ebbe voglia di andarsene. Bussò piano alla porta, nessuno rispose. Bussò di nuovo, ma ancora piano. Nessuna risposta. Sbirciò dalla finestra, e vide la stanzetta buia d’una intimità quasi sinistra, che non voleva essere invasa.

Rimase lì in piedi ad ascoltare, e le sembrò di sentire dei rumori provenienti dal retro della casetta. Non essendo riuscita a farsi sentire, riprese coraggio, non si sarebbe data per vinta.

Così fece il giro della casa. Sul retro, il terreno saliva ripido, perciò il cortile inferiore era infossato e cinto da un muricciolo basso di pietre. Svoltato l’angolo della casa, si fermò. Nel cortiletto, a due passi di distanza da lei, l’uomo si stava lavando, del tutto ignaro. Era nudo sino ai fianchi, i pantaloni di fustagno gli scivolavano giù sui lombi sottili. La sua schiena magra e bianca era china su una grossa bacinella d’acqua insaponata, in cui tuffava la testa, che scuoteva con un piccolo movimento rapido e strano, alzando le braccia bianche, togliendosi l’acqua insaponata dalle orecchie, rapido, abile come una donnola che gioca con l’acqua, e del tutto solo. Connie ritornò indietro e s’affrettò nel bosco. Suo malgrado, aveva avuto uno shock. Dopo tutto, era solo un uomo che si lavava; niente di più normale, lo sa il Cielo!

Tuttavia era stata una vista a suo modo curiosa: ne era stata colpita nel mezzo del corpo. Rivide quei rozzi pantaloni scivolare giù lungo quei puri, delicati e bianchi lombi, che mostravano un po’ le ossa, e il sentimento di solitudine di una creatura completamente sola la sconvolse. La perfetta, bianca, solitaria nudità di una creatura che vive sola, anche interiormente. E inoltre, la bellezza di una creatura pura. Non l’essenza della bellezza, nemmeno il corpo della bellezza, ma una luminosità, la fiamma calda e bianca di una vita solitaria, che si rivelava in contorni che si potevano toccare: un corpo!

Connie aveva ricevuto lo shock della vista nel ventre, e lo sapeva; era dentro di lei.”

Non molto altro da aggiungere, se non che quella che ho scelto da trascrivervi è la scena che sottilmente introduce la passione di Connie per il guardiacaccia. Una passione che ha, nella sua espressione fisica, una parte preponderante. Un amore che sarà carnale, una riscoperta della libertà dei sensi e delle azioni, al di là delle convenzioni e degli obblighi socialmente e moralmente imposti. Come dicevo è un drammone a tinte fosche, con picchi di lirismo che a volte guastano la narrazione, ma diamo il giusto valore alle cose: scrivere di questi temi ai primi del Novecento non doveva essere così semplice. Sperimentarsi nella libertà di parola e d’espressione su argomenti così scottanti neanche. Perciò L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence è un libro che vi consiglio. Perché l’audacia a mio avviso va premiata.

Ho letto il libro nell’edizione Biblioteca Economica Newton del 1994. Ovviamente lo riuscite a trovare nel tascabile dei più svariati editori.

Appassionatevi!

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