è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa

Oggi ho scelto di prendere spunto, per la frase del giorno, da un libro bellissimo, ma straziante, perché sebbene inizi come la normale storia di una famiglia, oltretutto raccontata con la maestria di chi sa fermare il tempo e farlo tornare alla materia narrata, andando in profondità e proseguendo nella lettura ci si imbatte nella storia di una testimonianza. La testimonianza di una delle famiglie dilaniate dal genocidio degli Armeni del 1915.

Il brano che ho scelto in realtà è introduttivo. Parla l’autrice, bambina, che ancora guarda tutto con occhi ignari e si fa trasportare dal nonno a celebrare quella che è una tradizione. Voglio darvi la cifra di come questa voce sappia avvolgere, coinvolgere, trasportare.

“Allora il nonno mi prese una mano tra le sue e disse: «Questa chiesa è come una nave, ed è il tuo Santo che la guida. Questa chiesa è un porto, ed è il tuo Santo che ci accoglie qui dentro, e detta le parole che hai sentito, e il male resta fuori dal portone» (guardai il grande ingresso: luccicava di luce esterna, e non sembrava un guardiano. Ma il nonno sapeva tutto…). «Questa è la casa visibile che conduce alla casa invisibile. Qui tu sarai sempre a casa. Hai sentito quello che ha detto il Santo: Dio è consolazione e conoscenza, è vicinanza nella malattia, cuore caldo che batte vicino al tuo. Qui ci sono tutti i nostri morti: la nonna Antonietta, la mia mamma giovinetta (il nonno aveva una mamma, scoprii con intensa meraviglia), tutti i miei fratelli scomparsi nella deportazione…»

«Ma adesso» proseguì «andiamo a salutarlo. Non sta bene trascurare il padrone di casa.» […]

«Devi mettere una mano sul marmo […] e dire una preghiera, quella che sai meglio, o che ti viene in mente per prima. Lui vede nel tuo cuore.» Non ero molto sicura che nel mio cuore ci fosse molto da vedere, tutto com’era riempito di cose da bambini. Non mi pareva che ci fosse niente di interessante per un santo. […]

Infine un uomo grosso dietro a noi si accorse del vecchio e della bambina: protesse lui, sollevò me, schiacciandomi contro la lastra nera per un istante. Io pensai in fretta: ‘Prima di tutto, mi chiamo Antonia. Ti dico subito il mio nome, con tutta questa gente altrimenti come potrai poi ricordarti di me?’ Ma lui non rispose. ‘Troppa gente’ pensai, ‘forse dovevo parlare forte.’ Ma avevo fatto il mio dovere, mi ero comportata educatamente; e poi, probabilmente, lui sapeva già chi ero. Glielo aveva detto il nonno.

E la felicità ritornò, impetuosa, come una corrente a trascinarmi insieme alla folla in movimento. […]

Il nonno morì alcuni mesi dopo. Non andammo più insieme dal vecchio frate, non seppi mai quali fossero gli ‘speciali doveri’ di chiamarsi Antonia. Dopo tanti anni, però, non ho dimenticato. Ancora oggi per me le grandi cupole della basilica sono come navi possenti, e veleggiano maestose da Occidente e Oriente, seguendo la profezia, posate come in bilico sulla città tanto più piccola. Ancora mi commuove, ogni volta che entro dal grande portone, l’odore di incenso, il canto delle litanie lauretane (o il loro ricordo), l’eco presente dello scalpiccìo dei milioni e milioni di passi dei pellegrini che, come un mare, vengono e vanno, e dell’anima di ognuno si prende cura il grande Santo, di cui porto il nome.

Dopo tanti anni è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il Santo col fiore di giglio in mano.”

Da queste poche frasi riportate già si coglie un accenno. Già nelle ultime parole sentiamo un pungolo di nostalgia, una sorta di ricerca di radici, di un posto nel mondo, da occupare con la giusta e doverosa dignità di essere umano. Davvero, nonostante la vicenda muova sentimenti a volte piuttosto dolorosi, il libro in sé scorre veloce, pagina dopo pagina, sa tuffare completamente il lettore in ciò che riporta. Senza pietismi, senza muovere forzatamente alla lacrima. Come un diario viene annotata la storia di una famiglia. E Antonia Arslan, con il suo La masseria delle allodole, ha voluto farci sbirciare in quel diario, ha voluto che sapessimo. Perché la tragedia vissuta dalla sua famiglia è anche la tragedia di un popolo. È Storia. Ed è storia recente. Ferita recente. Che chiede solo di non essere dimenticata per rimarginarsi almeno un po’.

Rendete ragione!

Ho avuto modo di leggerlo nella bella edizione BURextra (ristampata da altre più datate) del 2007, che se non erro è la stessa che si trova ancora attualmente in commercio.

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Londra sembrava silenziosa quel pomeriggio

Oggi la frase del giorno la prendo in prestito da un autore che ho già avuto modo di proporre, e per cui nutro una vera passione. Vi riporto un momento abbastanza cruciale della storia che viene narrata, in modo che magari siate attratti dalla storia in sé e dai suoi personaggi. E se poi vi piacerà questo libro ce ne sono tanti altri suoi ad aspettarvi. E tutti mediamente davvero godibili (almeno quelli che io ho letto)!

« La luce del pomeriggio non tardò a svanire. Catharine impiegò un sacco di tempo a preparare quello che sembrava un pasto abbastanza semplice, e alle tre erano ancora sedute a tavola in mezzo agli avanzi, sotto la luce tenue, verdastra di una lampada a soffitto. Gill, che di solito non beveva vino a quell’ora del giorno, cominciava a sentirsi intorpidita, e si ritrovò a fissare intensamente, senza ragione, il calice luccicante del suo bicchiere, ipnotizzata dallo strano pallore del liquido dorato, mentre lo faceva roteare nel bicchiere. Fuori, un sole color ocra avrebbe di lì a poco posato i suoi ultimi raggi fiochi sui tetti di Londra Nord mentre il cielo sarebbe svanito violaceo nel buio. I rami più alti del platano nel giardino davanti alla casa picchiettavano febbrilmente contro il vetro della finestra. Un altro tipo di luce cominciò a brillare: lo scintillio della lama del coltello di Elizabeth mentre sbucciava abilmente una mela e la tagliava in quattro. Senza una parola, distribuì gli spicchi. Era già qualche minuto che nessuna parlava. Londra sembrava silenziosa quel pomeriggio: perfino le inevitabili sirene della polizia erano distanti e non invadenti, come rumori di guerra da un paese che non si sarebbe mai visitato. Infine Gill si alzò e andò a prendere la busta dall’altra parte della stanza, La piazzò sul tavolo tra loro, senza tante cerimonie.

“A che ora pensi che dovremo uscire?” chiese a Catharine.

“Il concerto inizia alle otto. Per cui alle sette, direi, per andare sul sicuro.”

“Bene. Allora sarà meglio cominciare.”

Gill prese il coltello da frutta, lo pulì con un tovagliolo di carta, e tagliò la busta. Poi tirò fuori i quattro nastri e li posò sul tavolo, in una pila ordinata, in ordine numerico.

“Quattro cassette da novanta minuti,” disse Elizabeth, pensando ad alta voce. “Se sono tutte piene, significa un totale di sei ore d’ascolto. Non avremo tempo di sentirle tutte adesso.”

“Lo so,” disse Catharine. “Ma almeno cominciamo.” Si alzò e soggiunse: “Preparo dell’altro caffè”.

Gill prese il primo nastro in cima alla pila e si accovacciò davanti all’impianto stereo di Catharine. Esitò, confusa dallo chic minimalista del display, finché Elizabeth si accovacciò accanto a lei, le tolse il nastro dalle dita incerte e lo fece partire rapidamente.

Gill e Catharine si sedettero una accanto all’altra sul divano basso e sfondato. Elizabeth si accomodò di fronte a loro, su una sedia girevole rossa che Catharine aveva comprato a poco prezzo a una svendita di mobili da ufficio qualche mese prima. Strinsero le loro tazze di caffè, sentendo il calore del liquido trasmettersi alle dita gelide e rattrappite. Catharine prese il telecomando, alzò il volume al massimo, e la prima cosa che udirono, dopo pochi secondi, fu una scarica di sibili, seguita dallo scoppiettio esplosivo di un microfono che veniva acceso e poi sistemato sul suo sostegno di plastica, dopo essere stato sfregato contro una superficie dura. Poi ci fu un colpo di tosse, una schiarita alla gola, e infine una voce, la voce che tutte e tre si erano aspettate di sentire, senza che questo la rendesse meno spettrale. Era la voce di Rosamond, sola nel salotto del suo villino nello Shropshire, che parlava nel microfono pochi giorni prima della sua morte.

La voce disse: »

Bene. Arrivati fin qui è mio dovere precipuo non farvi continuare a leggere. Perché volevo solo invogliarvi, svegliare qualche vostra sinapsi e farvi venire l’acquolina in bocca, catturarvi per poi farvi decidere di affrontare da voi la lettura. Che parla di una famiglia, delle sue vicissitudini. Di un amore omosessuale tra due donne vissuto in un’epoca difficile per queste tematiche: gli anni ’50 in Inghilterra. Parla di generazioni a confronto e, decisamente, qui sono i personaggi femminili a farla da padrone. Presupposto della narrazione la morte dell’anziana Rosamond e il ritrovamento, da parte della nipote che si occupa di smontare la sua casa, di nastri registrati, con incisa una storia. La storia di Rosamond.

La pioggia prima che cada di Jonathan Coe è un gran bel libro. Con una bel racconto da narrare e narrato con maestria. Davvero una bella avventura addentrarsi fra le sue pagine: tuffatevi in un passato che parla al presente!

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È sorpreso e compiaciuto che quel gesto ancora si conservi

Ok, mi dico. Forse ce la faccio entro la mezzanotte, poi vengo catturata dalle belle parole, immagini, atmosfere di altri amici blogger e mi perdo. Ma ci provo. Nonostante la giornata al limite di emozioni e stress fisico, eccomi stoica a tentare di postare la mia frase del giorno. Che viene da un libro appena finito di leggere. Che volevo scoprire fin da quando ne ho sentito parlare (e quindi in occasione bella bella Notte degli Scrittori che si è tenuta la sera del 9 gennaio di quest’anno al Carignano di Torino). Ora vi posto il brano che ho scelto, poi andrò più in profondità…

“Manco si fosse sentito chiamare, Pavel sbuca dalla cucina e lo vede, rivolgendogli un sorriso che per poco non lo commuove. Lo raggiunge al banco e si strofina la mano destra sul grembiule prima di tendergliela. Un gesto antico, deferente e confidenziale insieme, che Nicola ha visto fare tante volte al nonno anche con lui, quando capitava che lo raggiungesse nel campo per dirgli che era pronto da mangiare, e il nonno, prima di mettergli la mano sulla spalla per rientrare, se la ripuliva nella canottiera.

Non gli sembrava tanto un atto di umiltà, dovuto alla vergogna di fare un lavoro che sporca, e neppure un automatismo. Nell’insufficienza igienica di quel gesto, nel suo valore tutto sommato simbolico, Nicola riconosceva piuttosto uno stile, un azzeramento dei convenevoli, una traduzione immediata di forma in sostanza.

Era in questo approccio essenziale alle cose, in questo ripulirsi la mano alla meno peggio prima di darla all’altro (fosse stato il sindaco del paese o tuo nipote che veniva a dirti ch’era pronto in tavola), che Nicola coglieva i tratti di un’eleganza che avrebbe voluto fare sua e pensava conseguisse naturalmente alla scelta di un lavoro manuale (o meglio, corporeo).

È sorpreso e compiaciuto che quel gesto ancora si conservi, che sia arrivato fin qui, che anche questo ragazzo lo usi. Lo ammira: forse un po’ addirittura lo invidia.”

Sì, ecco. Ci siamo. LA FRASE. Quella che in fondo non ha neanche nulla a che spartire col resto della narrazione. Ma che s’è fissata nella mie sinapsi come un cuneo. Rimasta lì a vagare. E ci ho rimuginato, pensato, ne son nati turbini di riflessioni. Forse per approdare alle mie radici. Che son fatte di gente solida, dai modi schietti. Perciò, quando m’imbatto in pezzi come questo, per forza una parte di cuore ha un sobbalzo. Per forza mi decido a trascriverlo. A comunicarlo al mondo.

Il libro in sé tutto, questo Mancarsi di Diego De Silva, è un libercolo curioso, accattivante, breve. Che non si perde in elucubrazioni, o forse sì, ma senza tedio, che va, vagola, gira su se stesso e, dopo aver vorticato, non da comunque al lettore ciò che vorrebbe. La storia non si conclude. Siamo noi a doverlo fare, mettendo insieme gli ingredienti che ci sono stati dati. Tanto deve bastarci. E a me è bastato. Nella scoperta di una narrazione semplice ma complessa, nello scandaglio psicologico breve, ma acuto, nelle parole asciutte, ma precise, nella storia stessa raccontata: ordinaria, ma speciale, a suo modo.

La stessa ambiguità del termine MANCARSI (= sentire la mancanza di qualcuno; oppure = perdere il treno, non ravvisare nell’altro quel potenziale che se solo se… potrebbe, ovvero perdersi per un soffio) per me è stata la cifra risolutrice nel decidere di leggerlo. Secondo me vale la pena!

L’ho letto nell’edizione principe di Einaudi del 2012, ma ora so che è disponibile un tascabile uscito da poco…

Mancatevi!

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Liberazione!

Fa specie. Soprattutto in tempi come questi. Parlare di. Liberazione. Liberazione da quello che era un nemico comune. Da quello che aveva portato fame. Miseria. Distruzione. Guerra. Odio in casa e fuori.

Ora è diverso. Stiamo tutti abbastanza bene. C’è la crisi, è vero, ma ci contiamo (forse) tra i sopravvissuti. E stare bene. Benino. Sopravvivere. È la regola. Normale routine. Non ci lamentiamo. O ci lamentiamo fin troppo. Ma tant’è. E ci ritroviamo a vivere, a trascorrere le nostre giornate. Facendo del nostro meglio.

Sarò nostalgica, ma tempo fa sentivo una carica e un sentimento comune quando si parlava di Liberazione. Primo maggio. Perché no, festa della Repubblica. Tempo fa, e non poi molto (ho 33 anni e sono cresciuta con questi Credo) queste date non erano solo ricorrenze. Avevano un significato. Sociale. Politico. Etico. Storico. Adesso mi sembra che tutto sia diverso. Mi sembra che ciò che legava quest’Italia la disgiunga. Mi sembra vacillino le premesse. E le promesse. Striscia dal basso. E non ci si può far molto. Manca il senso d’appartenenza. Magari per ignoranza, magari per disillusione. Magari per menefreghismo. Magari perché tanto è così che deve andare. Manca il rispetto, oltre al senso d’appartenenza. Manca il sentimento di essere inseriti in una comunità. E una comunità civile. Si vede dal ragazzetto che se ne frega e non cede il posto all’anziano sul pullman, si vede dai mille volti che vengono a proporre contratti porta a porta e lo fanno tentando di fregarti (giovane o vecchio che tu sia), si vede dalla protervia con cui quasi nessuno è disposto a fare un gesto gentile e far passare prima chi deve uscire da un luogo in cui l’altro deve accedere, si vede dalla sbrigatività e scortesia con cui si viene trattati quando si devono risolvere dei problemi burocratici e ci si rivolge ad uno sportello (fisico o telefonico, che a dir si voglia), si vede dalla ferocia con cui le nuove generazioni trattano i loro coetanei che hanno qualche difetto (psichico, fisico, comportamentale)…

Ma poi c’è un altro mondo. Quello dei sognatori. Quello dei Bamboccioni (dalle età più svariate) che “perdono” le loro serate a rincorrere uno slam di poesia o di racconti. Che si ritrovano a parlare di massimi sistemi e a decidere di rivoltare il mondo già dall’indomani. Quelli che strenuamente credono. Ancora. In qualcosa di diverso. Che in questo momento di morte dei valori creano un valore aggiunto impegnandosi e mettendosi in gioco in tutto e per tutto in un passaggio di testimone complicato. Impervio. Passare cultura. Passare parole. Passare idee, progetti, sogni, o anche solo un momento o qualche ora di svago. Passare un’evasione legalizzata da questa realtà angusta, in cui evidentemente nessuno più si sente a suo agio.

Parliamo di Liberazione? Parliamone. Vediamola lì. Bella. Nel suo significato storico pieno di sottintesi e di storie da raccontare. Raccontiamola. Non dimentichiamo. Ma reinterpretiamola. Perché non diventi una parola sbiadita, una data che si deve festeggiare. Creiamole un nuovo significato, che sia tutto per noi. Per tutti i noi che hanno creduto, che hanno poi dovuto fare i conti col presente, ma che la spugna non la devono né vogliono gettare.

Ne parlavo l’altro giorno col mio amico egiziano che tentava di convertirmi ad Allah, perché la fede è importante, perché la fede da forza, perché credere ti da la grinta per affrontare anche i momenti più bui. L’ho fermato. Gli ho ribadito che sono atea. Che da tempo mi sono fatta milioni di domande più una, ma la solfa andava a finire sempre nello stesso modo: sono atea. Forse troppo razionale per credere in un’Entità superiore che arrivi ad un certo punto a mettere a posto le cose (o a incasinarle). Ma non è vero che non creda. Credo. Fermamente. E ogni tanto al di là di me stessa e di ciò che vedo e di ciò in cui mi capita d’imbattermi. Credo nell’uomo.

(E non credo sia poco)

Buona Festa della Liberazione a tutti!

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Torrenziale. strepitosa. Pioggia.

Oggi la frase del giorno la prendo a prestito da un libro che ho letto un po’ di tempo fa. Complice un mio ex ragazzo, che mi disse: “c’è un personaggio, nelle sue pagine, che porta una pallina-richiamo degli angeli che mi ha fatto pensare a te”. Sono rimasta di stucco. Portavo questa pallina sonora al collo molto tempo prima che diventassero di moda, e anche il libro è stato scritto in tempi non sospetti per quanto riguarda questo argomento. Quindi mi ci sono avvicinata e mi sono fatta avvolgere dalla narrazione intensa di questa brava scrittrice cilena.

« 10.

Torrenziale. strepitosa. Pioggia. Come se al posto dell’acqua cadessero piccoli ciottoli, stalattiti. E sullo sfondo, marito inseparabile dell’acqua, il tuono. Immenso, possente. Se non sapessi che questa casa resiste da un paio di secoli alle intemperie e alle ristrutturazioni, scapperei a gambe levate.

“Sei sicura, violeta, che non corriamo nessun pericolo?”

Violeta ride e mi invita a seguirla nel porticato per goderci la tempesta all’aria aperta ma al riparo. Sedute sulle piccole panche, guardiamo incantate l’acqua che scende come un manto. Né la musica, né le parole hanno un senso ora, la pioggia parla una lingua speciale. In Cile, questo sarebbe solo un temporale catastrofico con inondazioni e danni al seguito, black-out e straripamento di fiumi.

“Non sono giovane, Violeta,” le dico d’istinto. “L’unica cosa rilevante che mi è successa dall’ultima volta che ci siamo viste, è che non sono più giovane. E, per un certo verso, per fortuna che è così.”

Le parlai delle mie ultime meditazioni sul tema che ossessionava tanto anche lei, il tempo. Le spiegai che ero uscita dalla giovinezza il giorno in cui avevo smesso di bermi con avidità gli istanti, di viverli forsennatamente, forzando il tempo per sapere cosa sarebbe accaduto dopo. Ignoravo il presente per balzare nel futuro immediato, ansiosa di vivere quello che ritenevo la vita avesse in serbo per me. La mia bussola indicava così decisamente il futuro che io divoravo il tempo senza farne tesoro. Senza viverlo. Quando scoprii il piacere di trattenere ogni singolo istante, di dilatarlo intensamente, concentrandomi su di esso per non lasciarmelo sfuggire, aspirandolo come se fosse oppio o fragranza di zagara, allora mi lasciai alle spalle la giovinezza.

“Come hai detto giustamente, Jose, per fortuna. Questa è un’età strepitosa. Purtroppo, riusciamo ad apprezzare la vita solo quando capiamo quanto è effimera. Sarà anche un luogo comune, ma è dolorosamente vero. E non è facile capirlo quando si è giovani.”

“Ma tu non hai mai divorato il tempo senza goderne, come me. Sai qual era l’unico posto dove questo non accadeva?”

“Sì, la casa del mulino.”

“E sai, Violeta, che questo non posso perdonartelo?”

“Perché?” sembra stupita, quasi spaventata.

“Per la casa del mulino. Il rancore che nutro nei tuoi confronti,” le dissi accorata, “è che ci hai privato di quel rifugio.”

“Non sei giusta con me, Josefa. Non vi ho portato via la casa del mulino, me ne sono semplicemente andata.

“È la stessa cosa.”

“Avreste potuto continuare a passarci l’estate, non avevate bisogno di me.”

“Il problema, invece, è proprio che avevamo bisogno di te.”

“Ero così importante per quel posto?” »

Penso che avrete già avuto modo di respirare l’atmosfera di cui è impregnato questo romanzo: un’atmosfera di altre terre, di due donne forti, amiche, dai destini accomunati per un buon tratto di vita. Josefa e Violeta come due facce di una stessa medaglia. Fiere e ancestrali nello stesso tempo. Diversissime nei loro atteggiamenti, pensieri, modi di vivere la vita, eppure così simili nel volersi bene, senza remore, con una totalità quasi fraterna.

Il focus del brano riportato le vede quando ormai tutto è accaduto. La vicenda parte da molto lontano: loro due ragazze, poi donne. Accadono varie cose, anche traumatiche (nelle loro vite private, come nella vita pubblica), vengono interessati vari luoghi nelle situazioni che via via si sviluppano nella narrazione. 

Antigua, vita mia di Marcela Serrano è un libro che vi consiglio. Perché sa parlare netto e arriva al punto, pur lasciando spazio alla fantasia, immergendo il lettore in pieno nella terra che viene raccontata, in questi due monolitici personaggi principali e in quelli che gravitano loro intorno. Da leggere. Da assaporare. Anche dolorosamente. Da far proprie alcune sue frasi.

Lo trovate nell’edizione tascabile Feltrinelli, la stessa in cui ho avuto modo di leggerlo io.

Partite, Cari UzzAffezionati, e fatelo scivolare su di voi come uno scoscio violento di pioggia!

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L’intenso orrore dell’incubo m’invase

Torno dopo prolungata assenza. Chiedo venia, ma un po’ le vacanze pasquali, un po’ la mia condizione fisica davvero non ottimale di questi giorni, non mi hanno permesso di proseguire nella bella consuetudine che vede questa libraia virtuale scrivere una frase al giorno per voi, impavidi lettori.

Ma ora siam qui, e per oggi ho scelto un romanzone classico a tinte fosche. Un romanzo che avevo deciso di leggere spinta da diverse motivazioni e che, confesso, mi ha lasciato in parte delusa. Credevo mi sarei trovata di fronte ad un’opera di tutt’altro genere, e invece mi sono immersa in un romanzo quasi gotico, oscuro, pieno di passioni forti e negativamente travolgenti. Ora ve ne faccio leggere uno stralcio, poi vi dirò di che si tratta:

“Questa volta ricordavo di essere a letto, nell’alcova di quercia, e udivo distintamente urlare il vento e frusciar turbinosa la neve. Udivo anche il rumore fastidioso, insistente del ramo di pino, e lo attribuivo alla sua giusta causa: ma mi dava una noia tale che decisi, se possibile, di farlo tacere. Col pensiero, mi alzai e cercai di aprir la finestra: la maniglia era saldata nella serratura: particolare da me notato quand’ero sveglio, ma che poi avevo dimenticato. «Pure io devo farlo cessare», mormorai, sfondando il vetro con un pugno e sporgendo un braccio per afferrare il ramo importuno: ma le mie dita si chiusero invece sulle dita di una piccola mano fredda come ghiaccio. L’intenso orrore dell’incubo m’invase: cercai di ritirare il braccio; ma la manina vi s’aggrappava mentre una voce d’infinita malinconia singhiozzando diceva: – Lasciatemi entrare, lasciatemi entrare! -. – Chi… siete… voi? – domandai, continuando a lottare per liberarmi. – Catherine Linton, – rispose con un tremito della voce (perché, pensavo, Linton? Avevo letto Earnshaw venti volte almeno per ogni Linton). – M’ero perduta nella landa, ed ora son tornata! – Mentre la voce così diceva, distinsi, oscuramente, un volto infantile che guardava attraverso la finestra. Il terrore mi rese crudele: vedendo che non mi riusciva di sfuggire alla stretta, attirai il pugno sul vetro rotto e lo sfregai sopra di esso, avanti e indietro, finché il sangue ne spicciò, inzuppando le lenzuola. Ma ancora, ancora la voce gemeva: – Lasciatemi entrare! – E la stretta continuava tenace, rendendomi quasi pazzo di terrore. – E come posso? – dissi alla fine. – Lasciatemi, se volete che vi faccia entrare. – Le dita si disserrarono; io ritirai il braccio attraverso il buco, e precipitosamente vi ammucchiai contro a piramide i volumi, chiudendomi poi le orecchie per non udire più la lamentevole preghiera. Mi parve di restar così, con le orecchie chiuse, un quarto d’ora circa: ma quando ripresi ad ascoltare, il grido dolente continuava: – Vattene, – urlai. – No, no, non ti lascerò entrare, implorassi tu per vent’anni! -. – Son vent’anni, – si lamentò la voce; – vent’anni. Sono stata derelitta per vent’anni. – Poi udii un debole scricchiolio all’esterno, e la pila di libri si mosse, come spinta in avanti. Cercai di alzarmi; ma non potei muover dito; e allora mi misi ad urlar forte, folle di terrore. Con grande confusione, m’accorsi che il mio urlo non era stato solo immaginario: dei passi affrettati si avvicinarono all’uscio della mia camera, una mano vigorosa l’aperse, e vidi, attraverso le finestrelle quadrate a sommo del mio letto, brillare una luce. Io stavo seduto, ancor tutto tremante, asciugandomi la fronte sudata: di fuori, il nuovo venuto sembrava esitare, e mormorava qualcosa fra sé e sé. Infine disse, con un soffio, e certo non aspettando risposta: – C’è qualcuno lì?

Giudicai opportuno svelare la mia presenza, giacché avevo riconosciuto la voce di Heathcliff e temevo che egli proseguisse le sue ricerche, se me ne fossi stato zitto. Con tale intenzione, spalancai le imposte.

Non dimenticherò tanto presto l’effetto prodotto dal mio atto.

Heathcliff stava, in piedi, vicino alla porta: era in camicia e pantaloni, con una candela che gocciolava sopra le sue dita, e bianco in viso come il muro che gli stava dietro. Il primo scricchiolio del legno lo fece sobbalzare come per una scossa elettrica: il lume gli sfuggì di mano, cadde a qualche passo da lui: e tale era la sua commozione che a mala pena gli riuscì di raccoglierlo.

– È soltanto il suo ospite, signore, – dissi forte, volendo risparmiargli l’umiliazione di mostrar più a lungo la sua vigliaccheria. – Ho avuto la disgrazia di gridare in sogno, sotto l’impressione di un incubo orrendo. Mi rincresce di averla disturbata.”

Che dite? queste poche righe vi hanno inquietato? A me ha inquietato il libro in sé, spiazzandomi. C’è una passione travolgente, quella tra Catherine e Heathcliff, è vero, ma qui tutto è immerso in ombre, le tenebre sembrano avvolgere Wuthering Heights come tutti i luoghi di questa fetta d’Inghilterra maledetta. Il racconto è riportato da una delle domestiche sopravvissute agli antichi padroni al nuovo acquirente di una delle due dimore in cui si svolge la vicenda. Una tragedia che si avvolge su se stessa, quella di Cime tempestose di Emily Brontë, che non lascia spazio alla speranza o anche solo ad uno spiraglio di luce fioca. Ben scritto, non c’è dubbio, anche se pesante come non avrei creduto, nella resa come nei temi. Un’avventura che va vissuta, senza dubbio, ma a cui è meglio arrivare preparati, a mio avviso. E poi chi leggerà deciderà. Per me media soddisfazione.

Io l’ho letto nella versione economica della BUR (in verità anche la forma libro non m’è piaciuta un granché) uscita nel 2004. Lo trovate comunque nei tascabili di qualsiasi grande casa editrice. Nonché in versione cinematografica.

Ottenebratevi!

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Per chi volesse poi aggiungere la musica alle parole… Eccovi accontentati!