Si sfilò il vestito, lo scrollò, e lo appese a una gruccia.

Oggi la frase del giorno la trascrivo da un libro che ho letto un po’ di tempo fa e che racconta la vita di una famiglia americana piccolo-borghese con padre, madre, tre figli. L’epoca si srotola dagli anni della seconda guerra mondiale seguendo la vita dei due protagonisti Michael (il padre) e Pauline (la madre) fino alla loro vecchiaia. È uno stile dalla scrittura semplice che narra vicende più o meno quotidiane di un nucleo familiare tra i più comuni. È però interessante l’indagine sottesa che l’autrice svolge dei sentimenti dei vari protagonisti, dei loro punti di vista, smontando il velo delle apparenze che appiattisce i gesti di tutti in un’ordinaria falsa normalità.

“« A quest’ora trent’anni fa » disse Pauline, « io e te arrivavamo al President Lincoln Hotel di Washington. »

Si sfilò il vestito, lo scrollò, e lo appese a una gruccia. C’era una macchiolina di cipria rosa sul colletto, ma se l’avesse coperta con una spilla avrebbe potuto metterlo ancora una volta prima di portarlo in tintoria.

« Nella hall c’era tutto un viavai di soldati e marinai, ti ricordi? » chiese a Michael. Lui stava vuotando le tasche dei pantaloni e della giacca riversando tutto sul comò, esaminando ogni foglietto e scontrino prima di metterlo via, e non rispose. Pauline andò avanti lo stesso. « Mi sedetti su una poltrona e aspettai mentre tu ci registravi. Tenevo la borsetta con la sinistra, in modo che tutti vedessero che ero sposata. »

Era stata così nervosa che le era parso di avere la bocca foderata di flanella. Aveva cercato di rievocare i suggerimenti del libro che le aveva dato sua madre, Il manuale della giovane sposa. « Rilassati » diceva il libro. Già. Fidati di tuo marito, lascia che ti spieghi le cose. Lì seduto di spalle, il collo lungo e sottile, Michael era apparso insicuro e impacciato come uno scolaretto.

« È incredibile come certe cose sembrano lontane e vicine nello stesso tempo » disse. « Mi sembra ancora di vedere la fila di chiodi sulla punta del bracciolo della poltrona! Erano di ottone martellato, e quando ci passavo sopra le dita li sentivo ruvidi. »

Gli lasciò il tempo di intervenire, se voleva, ma evidentemente non ne aveva intenzione. Michael depositò una manciata di monete nella coppetta di porcellana che lei aveva messo lì apposta.

« Poi mi si avvicinò un militare » riprese Pauline, «un tenente colonnello, ricordo. Disse: ‘Signorina, tutta sola?’ e io: ‘No, aspetto mio marito che ci sta registrando’. Era la prima volta che dicevo quelle parole in pubblico: mio marito. E poi, a un tratto, eccoti davanti a me con una faccia… Non sono mai riuscita a convincerti che non stavo affatto dando corda a quel tizio! Siamo saliti con l’ascensore, tu tutto imbronciato, e io che chiacchieravo cinguettante in modo che il fattorino non s’insospettisse. »

« Sì » confermò Michael, « è andata così, più o meno. » Finalmente si girò a guardarla. « Abbiamo litigato anche la sera del nostro matrimonio » constatò.

« Mah, non direi proprio litigato. È stato piuttosto un malinteso. E ci siamo riappacificati subito. Alla fine è stata una bella serata. Ti ricordi, tesoro? » chiese, e fu contenta di essere rimasta in sottoveste, quella sexy, con il corpetto allacciato col nastro.

Ma lui parve non notarlo. « Sei saltata giù dalla ruota gigante » disse. « Sei corsa dai tuoi genitori… Ma ti sei accorta, Pauline? Hai sentito cosa abbiamo detto? Tutti i nostri ricordi sono liti. Non me n’ero mai accorto prima. Hai visto le facce dei nostri figli? »

« Ma non erano tutte liti, dai, Michael, santo cielo! » lo corresse Pauline. (Nel frattempo passò rapidamente in rassegna le espressioni dei figli. Era sconcertante, quando Michael se ne usciva con una di quelle osservazioni così affilate.) « Io ho raccontato di quando mi medicasti la fronte » gli ricordò. « Tu del mio cappotto rosso… »

« Già, ritiriamo fuori per l’ennesima volta l’unico momento tranquillo che abbiamo trascorso. »

« Cosa? »

Michael non rispose. La sua bocca era una linea retta, e negli occhi c’era quello sguardo scuro, intenso, che aveva a volte quando gli doleva l’anca.

Pauline si avvicinò e gli mise una mano sul braccio. « Dai, Michael » disse. « Ma non è affatto vero! Abbiamo passato tanti bei momenti! Momenti romantici, momenti in cui ci raccontavamo le nostre paure e preoccupazioni, momenti in cui ridevamo. Le cose buffe che i bambini dicevano quando erano piccoli, ti ricordi? Ti ricordi che Karen chiamava la gazzosa ‘acqua nervosa’? E tutte le ansie che abbiamo sopportato, e i problemi con Lindy, e tu che mi confortavi quando mia madre ha cominciato a sragionare… cosa importa se ogni tanto bisticciamo? Secondo me dimostra solo che il nostro è un matrimonio con un sacco di energia e di passione! Secondo me è stato un matrimonio divertente! »

« Non è stato divertente » la corresse lui.

Pauline lasciò cadere la mano.

« È stato un inferno. »

Pauline pensò per un attimo di aver capito male. Non poteva certo avere detto quello che le sembrava di avere sentito, no? E non stavano nemmeno litigando! Stavano parlando in tono perfettamente normale!

« Tutto quel gridare e piangere e insistere » riprese Michael. « Andarsene, sbattere porte, colpire mobili, buttare i miei vestiti fuori dalla finestra, chiudermi fuori… »

« Perché non mi lasci, allora? » sbottò Pauline.

Michael tacque.

« Se soffri così tanto, vattene! Se ti rendo così infelice, se la tua vita è un tale tormento, vai pure! Cosa aspetti? »

Lui la guardò ancora un momento, poi prese le chiavi dell’auto dal comò, si girò e uscì.”

La deflagrazione di una bomba. In una qualsiasi serata. Nata da un discorso come tanti, pieno di ricordi. Un bilancio complessivo che diverge. Ed ecco che proprio nel giorno del trentesimo anniversario di matrimonio qualcosa si sfalda. Si sentono scricchiolii di cedimento. Il castello sembra pian piano crollare, mostrando contrasti sopiti e parole mai dette per intero. Pensieri tenuti per sé.

Confesso che mi ha molto incuriosito questo romanzo. Perché nella sua assenza di pretese in realtà regala qualcosa di prezioso, una riflessione feconda sulle dinamiche a volte sclerotizzate che molti di noi, nelle svariate quotidianità che ci troviamo a vivere, non vediamo, sorpassiamo, prendiamo per buone. Quando uno specchio rivolto all’interno ogni tanto (spesso) farebbe un gran bene. A noi e a chi ci sta vicino.

L’edizione in cui ho letto Un matrimonio da dilettanti di Anne Tyler è la prima, uscita per Guanda nel 2004. So però che nel 2005 è uscito anche il tascabile per Tea. Più economico, sicuramente, ma a mio avviso con una veste tipografica del tutto insoddisfacente, per quanto riguarda il mio palato viziato dal motto “anche l’occhio vuole la sua parte”. Leggetelo. Non impegna, ma qualcosa semina.

 

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