Fu una notte agitata

Oggi scegliere il pezzo da postare come frase del giorno è stato complicato. Perché mi era chiaro, avendolo terminato da pochi giorni, che non potevo non rendervi partecipi di quanto io abbia amato (con sofferenza) il libro di cui vado a riportare un paio di pagine. Inizialmente, per la carica sarcastica e logicamente razionale, avevo scelto un brano dove veniva narrata una situazione di massima tensione, cui seguivano scene dolorosissime e decisamente atroci. Poi ho pensato che di lunedì è meglio alleggerire, e allora ho scelto una parte del romanzo verso la sua conclusione. Se vogliamo un barlume di speranza a un passo dal termine della vicenda narrata. Si parla di acqua. Acqua piovana purificatrice. Che a mio avviso è metafora di altro, come quasi tutto in questo scritto densissimo, da cui non c’è margine per scantonare: tutto arriva addosso, con la violenza che gli è precipua. E allora laviamo, purifichiamoci, facciamoci scorrere addosso le gocce generose che ci vengono offerte!

“Fu una notte agitata. Vaghi all’inizio, imprecisi, i sogni passavano da un dormiente all’altro, coglievano qui, coglievano là, portando via con sé nuove memorie, nuovi segreti, nuovi desideri, ecco perché gli addormentati sospiravano e mormoravano, Questo sogno non è mio, dicevano, ma il sogno rispondeva, Non conosci ancora i tuoi sogni, fu così che la ragazza dagli occhiali scuri venne a sapere chi era il vecchio dalla benda nera che dormiva lì a due passi, così credette lui di sapere chi fosse lei, lo credette soltanto, perché non basta che i sogni siano reciproci per essere uguali. Cominciò a piovere alle prime luci dell’alba. Il vento scagliò contro le finestre uno scroscio che risuonò come mille frustate. La moglie del medico si svegliò , aprì gli occhi e mormorò, Come piove, poi li richiuse, nella camera era ancora buio pesto, poteva dormire. Neanche un minuto dopo si destò bruscamente all’idea di aver qualcosa da fare, ma senza comprendere ancora cosa fosse, la pioggia le stava dicendo Alzati, che mai voleva la pioggia. Lentamente, per non svegliare il marito, uscì dalla camera, attraversò il soggiorno, si fermò un istante a guardare gli altri che dormivano sui divani, poi percorse il corridoio fino alla cucina, su questa parte del palazzo la pioggia cadeva con maggior forza, spinta dal vento. Con la manica del grembiule che indossava pulì il vetro appannato della portafinestra e guardò fuori. Il cielo era, tutto, un’unica nuvola, pioveva a dirotto. Sul pavimento del balcone, ammucchiati, c’erano gli indumenti sporchi che si erano tolti, c’era il sacco di plastica con le scarpe che bisognava lavare. Lavare. L’ultimo velo del sonno si aprì subitamente, ecco cosa doveva fare. Aprì la porta, fece un passo avanti, in un attimo la pioggia la inzuppò dalla testa ai piedi, come se stesse sotto una cascata. Devo approfittare di quest’acqua, pensò. Rientrò in cucina e, evitando più che poteva i rumori, cominciò a radunare catini, casseruole, pentole, tutto quanto potesse raccogliere un po’ di questa pioggia che veniva giù dal cielo a catinelle, cortine che il vento faceva oscillare, che il vento andava spingendo sopra i tetti della città come una immensa e rumorosa scopa. Li trasportò fuori, li dispose lungo il balcone, vicino alla ringhiera, adesso avrebbe avuto un bel po’ d’acqua per lavare gli indumenti sudici, le scarpe schifose, Speriamo che non smetta, speriamo che non smetta di piovere, mormorava, prendendo in cucina i saponi, i detergenti, gli strofinacci, tutto ciò che poteva servire per ripulire un po’, almeno un po’, questa sporcizia insopportabile dell’anima. Del corpo, disse, come per correggere il metafisico pensiero, poi aggiunse, È lo stesso. Allora, come se solo quella dovesse essere l’inevitabile conclusione, l’armoniosa conciliazione tra ciò che aveva detto e ciò che aveva pensato, di colpo si sfilò il grembiule bagnato e, nuda, ricevendo sul corpo ora la carezza, ora la frustata della pioggia, si mise a lavare i panni, e, insieme, se stessa. Il rumoreggiare dell’acqua che la circondava le impedì di avvertire immediatamente che non era più sola. Sulla porta del balcone erano comparse la ragazza dagli occhiali scuri e la moglie del primo cieco, che presentimenti, che intuizioni, che voci interiori le avessero destate non si sa, e tanto meno come fossero riuscite a trovare la strada fin qua, non vale la pena di cercare spiegazioni, adesso, le congetture sono libere. Aiutatemi, disse la moglie del medico quando le vide, E come, se non vediamo, domandò la moglie del primo cieco, Toglietevi i vestiti che avete indosso, quanto meno roba avremo da asciugare poi, tanto meglio, Ma noi non vediamo, ripeté la moglie del primo cieco, Fa lo stesso, disse la ragazza dagli occhiali scuri, faremo del nostro meglio, E poi finirò io, disse la moglie del medico, pulirò ciò che sarà rimasto sporco, e adesso al lavoro, forza, siamo l’unica donna con due occhi e sei mani che esista al mondo. […]

laggiù ci sono tre donne nude, nude come sono venute al mondo, sembrano matte, devono essere proprio matte, nessuno con la testa a posto andrebbe a lavarsi su un balcone esponendosi agli sguardi dei vicini, tanto meno in quelle condizioni, cosa importa che siano tutti ciechi, certe cose non si devono fare, mio Dio, la pioggia, come scorre sui loro corpi, come scende fra i seni, come si trattiene e si perde nell’oscurità del pube, e infine si spande e circonda le cosce, forse le abbiamo giudicate male ingiustamente, forse siamo noi a essere incapaci di vedere ciò che di più bello e glorioso è mai accaduto nella storia della città, giù dal balcone si riversa una tovaglia di spuma, ah, se potessi seguirla, giù all’infinito, pulito, purificato, nudo. […]

tre grazie nude sotto la pioggia.”

Immagino che queste parole, questo modo di scrivere con una punteggiatura inconsueta, abbiano colpito anche voi. Cecità di José Saramago in me ha prodotto la sensazione di uno schiaffo, di un pugno sferrato dritto in pieno stomaco. È un libro che non da tregua, che lascia senza fiato per la situazione senza speranza che viene a delineare. Descrivendo un’umanità a brandelli, un’umanità che s’è fatta animale, e come tale si comporta aggirandosi in branchi, non avendo altro obiettivo che il nutrirsi. La morte si può incontrarla ad ogni svolta. Perché la cecità, quel latte bianco che offusca il normale vedere, è totale, è di tutti. Tutti tranne una donna che accompagna i sette protagonisti e se stessa attraverso questa galleria degli orrori che non potrà far altro che degenerare. Eppure, tra le righe, si sente un filo sottile di speranza, di volontà di riscatto. In realtà questi sette personaggi non hanno perso del tutto i loro sentimenti. Sono rimasti uniti, hanno mostrato di tenere a simili valori, di essere l’un l’altro leali. La scena della pioggia, poi, come mi piace chiamarla, è una sorta di catarsi. Un punto verso un momento e un momento altro. Un ponte. Che porterà al seguito (anche se non si tratta di un seguito scontato).

Basta, ho detto fin troppo. Ora la palla a voi, coi vostri commenti, se lo avete già letto, o con la corsa a leggerlo, se non l’avete ancora fatto, perché è uno di quei libri che spostano il quotidiano.

Io l’ho letto nel tascabile Einaudi, in una ristampa del 2007. Ora lo trovate in economica per Feltrinelli. Bisogna avere un buono stomaco. Ma poi ciò che il libro lascia ripaga ampiamente.

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Scarto la mia debolezza

Grida

rugge

dilania

s’increspa

annaspa e annienta

acceca e logora.

Rabbia a staccare pareti

a ingrandire occhi

a usare parole come raffiche di mitra.

Vergogna e inadeguatezza

nel silenzioso suono

di una me che non stimo.

Scatti d’ira

per sfogare ansie

paure.

Perché sono debole.

E non voglio ammetterlo al mondo

che comunque lo vede.

E voglio mentire a me stessa.

La chicca del sabato

In una giornata che si presenta più difficile di altre dedico questa canzone a tutti coloro che imparano la loro fragilità, magari vergognandosene e sbagliando, ma facendone tesoro. “Protection” dei Massive Attack è tutta per voi!

Dev’essere bello in autunno, pensò, quando le foglie cambiano colore.

Evidentemente in questi giorni mi va di farvi leggere storie di piccoli grandi protagonisti che in qualche modo hanno cambiato il punto di vista di questa piccola me. Con il loro coraggio e intraprendenza, con la loro schiettezza e il loro non darsi per vinti, con la loro sfacciataggine e la loro spregiudicatezza. Con la grande fantasia e intelligenza che li accompagna, facendo loro trovare soluzioni geniali a situazioni quantomeno intricate. Oggi è la volta di un grandissimo, che a mio parere sta dietro al suo parente più anziano Barney (e vi sto già dando qualche aiutino) solo per motivi anagrafici: è così giovane! Ora bando alle ciance: vi presento Duddy!

“Appena se ne furono andati Duddy prese la macchina e si avvicinò più che potè al Lac Saint-Pierre. L’ultimo chilometro dovette farlo a piedi, nella neve alta. I mucchi di neve erano soffici e spesso, tra le rocce, sprofondava fino al ginocchio. Ma la vista della sua terra d’inverno lo entusiasmò. Uno strato sottile di ghiaccio proteggeva il lago e tutti i suoi campi scintillavano bianchi e purpurei e dorati sotto il sole al tramonto. Gli alberi erano spogli, tranne i pini. Dev’essere bello in autunno, pensò, quando le foglie cambiano colore. Duddy vide il punto dove avrebbe costruito l’albergo e decise che non avrebbe abbattuto il bosco tutto in una volta. È bello, pensò, e un sacco di quei pini posso andare in giro a venderli a Natale.

Duddy arrancò su e giù nella neve, cercando con l’occhio acuto del padrone segni di danni o rischi d’incendio. Provò col piede il ghiaccio del lago. Si ruppe. Orinò su un banco di neve scrivendo il suo nome. È la mia terra, pensò. Ma il vento prese a soffiare più forte attraverso i campi, d’improvviso il sole si spense come una lampadina, venne buio, e Duddy cominciò a tremare. Gesù, pensò, perché non ho lasciato accesi i fari della macchina? Si abbottonò il bavero e si mise a accendere fiammiferi. Riuscì a seguire le sue impronte finché non riprese a nevicare, e allora si trovò veramente nei guai. Continuava a girare in tondo battendo i denti, e due volte si mise a correre. Corse inutilmente finché non cadde ansante nella neve. I piedi gli bruciavano dal freddo, negli occhi gli pareva di avere manciate di sabbia, e si trovò a pensare cosa diavolo ci faccio qui io, un ragazzo ebreo, perso nella tormenta? Mosè, lo ricordava dai Fumetti della Bibbia, era morto senza raggiungere la Terra Promessa, ma io devo pensare al mio futuro. Inciampò, cadde e ricadde, con le narici incollate. Se Dio mi tira fuori di qui, pensò, smetto di scopare per due settimane. E anche di mangiare carne affumicata. Quando finalmente si imbatté per caso nella macchina, poco dopo le due, aveva finito sigarette e fiammiferi. La macchina non voleva avviarsi. Duddy si sedette sul sedile posteriore e pianse, soffiandosi sulle mani. Alla fine, poiché faceva troppo freddo per starsene ancora lì, si diresse a piedi verso Sainte-Agathe. Erano quasi le quattro quando raggiunse l’albergo. Yvette e Virgil lo aspettavano nella camera doppia.

« Duddy! » Yvette l’abbracciò. Gli toccò la fronte. « È un forno » disse. « Chiamo subito il dottore ».

« Niente dottori, prego. Portami una bacinella d’acqua calda per i piedi. Nel cassetto in alto c’è una bottiglia di whisky. Portami anche quella ».

« Chiamo il dottore » .

« Certo. Accomodati. Così mi mette a letto per una settimana e non vendo più gli altri flipper ». Duddy bevve il whisky liscio. Prese anche tre aspirine. « Mi faccio una bella sudata » disse « e domattina sarò come nuovo ».

« Lei è straordinario, Mr Kravitz. Ha un grande spirito combattivo ».

« Vuoi star zitto, per favore? Buona notte ».”

Niente da fare: a rileggerlo e trascriverlo saltano alla memoria miriadi di immagini, eventi, personaggi che, come in una girandola, si susseguono nel romanzo. Che a buon diritto in questo caso possiamo definire di formazione (anche se un po’ sui generis, per quanto riguarda il tipo di formazione), perché reca il titolo L’apprendistato di Duddy Kravitz del nientepopodimeno che eccezionale Mordecai Richler. Ora capirete l’imbeccata di prima (se già non l’avevate colta) perché Richler è sicuramente passato agli onori della cronaca per il suo successivo La versione di Barney. In questo senso, per la forgia e tempra stessi dei due personaggi principali, confrontandoli, Duddy e Barney potrebbero sembrare l’uno la versione imberbe dell’altro. Un antecedente, questo piccolo inarrestabile trafficone senza scrupoli, ma con la testa piena di sogni, del successivo vecchio e malandato, sconclusionato e un po’ folle, ma ancora pieno di qualche buon sentimento Barney. La scrittura, l’avrete notato, non lascia dubbi sulla sua incisività e capacità di presa sul lettore. Il resto vorrei che lo scopriste perché, fidatevi, sarà davvero un viaggio non comune!

Il romanzo ha visto la luce per la prima volta nel 1959. Ad oggi lo potete trovare nell’edizione economica Adelphi, la stessa in cui ho avuto modo di leggerlo io, in seguito all’azzeccato consiglio e prestito di una buona amica (e buona lettrice).

Che Duddy sia con voi!

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Sono le anime sognanti e sensibili che si ribellano all’ingiustizia e all’inadeguatezza di questo mondo, a destare la mia ammirazione.

Oggi, per proseguire con i toni divertiti e divertenti della frase del giorno riportata ieri, voglio affidare alla vostra brama di lettura alcuni passi di un romanzo che ho trovato davvero particolare. Scanzonato quanto basta e giocherellone. Un romanzo che definirei picaresco, dove assistiamo alle peripezie di una rampolletta spagnola affidata ad un convento di monache che scappa dalla dorata prigione guidata dal suo spirito libero, aiutata nel suo intento da abiti maschili. Incorrerà nella sua fuga, neanche a dirlo, in innumerevoli rocambolesche avventure. Ho scelto di riportare il momento in cui la nostra mette in atto la sua evasione.

“È arrivato il giorno – anzi la notte –  in cui la nostra povera Catalina, che per quindici anni era stata teneramente cullata tra le braccia di San Sebastiano e delle sue figlie, e che d’ora innanzi troverà a fatica il tempo per respirare tra i continui assalti, deve congedarsi dalla sua silenziosa cella e dalla sacra cappella. Fu durante i vespri, mentre nella chiesa risuonavano i canti della funzione serale, che colse finalmente il segnale segreto della partenza, così a lungo attesa. Sua zia, la madre superiora, aveva dimenticato il breviario, e poiché l’aveva lasciato nel suo scrittoio privato, preferì non mandarlo a prendere da una serva, ma consegnare le chiavi alla nipote. La quale, aprendo lo scrittoio, comprese, con la rapidità d’intuizione che l’avrebbe assistita nei momenti più difficili della sua vita, che quello era il « momento » per cogliere un’opportunità che, se trascurata, avrebbe potuto non ripresentarsi mai più. In un unico grande mazzo c’erano tutte le chiavi  del convento, di quella fortezza che nemmeno un esercito avrebbe potuto espugnare. San Sebastiano! Ti rendi conto di quello che sta per fare la tua prediletta? E, come è vero che ti chiami San Sebastiano, la fanciulla riuscirà nella sua impresa. Kate ritornò dalla zia con il breviario e la chiave, ma lasciò aperta la terribile porta sui cui cardini si imperniava il suo futuro. Nel consegnare il libro delle preghiere alla superiora, lamentò un forte mal di testa, e così la zia, baciandola sulla fronte, la mandò a dormire. Per tre quarti d’ora, finché non fosse finita la messa, Catalina avrebbe avuto via libera per levare l’ancora, armare i remi e lasciare la baia di San Sebastiano per il mare aperto della vita.

Il lettore deve capire che Catalina non appartiene a una categoria di persone per le quali io nutra un particolare interesse, ma sono sempre stato attratto dall’energia e dall’indomabile coraggio. Sono le anime sognanti e sensibili che si ribellano all’ingiustizia e all’inadeguatezza di questo mondo, a destare la mia ammirazione. Catalina incarna ai miei occhi il prototipo di tali persone attrezzate per affrontare questa realtà e che esprimono il proprio amore per il mondo lottando contro la sua iniquità. Nella fattispecie, la nostra eroina disponeva di quattro cose per affrontare il ruolo affidatole dal destino: 1. Un fisico ben temprato e un braccio particolarmente forte; 2. Un cuore che nulla poteva intimidire; 3. Un’intelligenza sagace che mai si ritraeva dall’hoc age, dall’urgenza del momento, per debolezza d’immaginazione; 4. Una pelle piuttosto dura – non certo in senso letterale, giacché era bella e fiorente, con un portamento decisamente elegante, e la sua pelle era quella che si conviene a una fanciulla di buona famiglia dell’estremo nord della Spagna. Ma la sua sensibilità era sorda ad alcune forme di delicatezza e di equità, ad alcune opinioni degli altri e a qualunque avversità. […]

[…] Catalina disponeva anche di un quinto vantaggio, che può sembrare modesto, ma è molto utile in un mondo dove persino piegare e sigillare agilmente una lettera non è alla portata di tutti. La sua grande destrezza le consentiva di far meraviglie con le mani […]

[…] Non c’era tempo da perdere, la luce incerta dell’imbrunire avrebbe favorito la sua fuga, ma doveva trovare un nascondiglio prima che iniziassero a darle la caccia. Non perse quindi in dubbi e incertezze nemmeno uno di quei preziosi quarantacinque minuti. Come il lettore avrà ormai capito, i tentennamenti erano estranei alla sua natura. Con occhio d’aquila individuò subito quello che doveva fare. Anzitutto le serviva un po’ di denaro per pagare il primo pedaggio della vita: così, prese uno dei quattro scellini che c’erano nella borsa della zia. Non certo un prelievo esorbitante. […] Di tutte le cose preziose che c’erano nel ripostiglio della zia, Catalina prese soltanto lo scellino cui ho già accennato, due rocchetti di filo forte, un buon ago e (come ho già detto e spero non abbiate dimenticato) un pessimo paio di forbici. Adesso era pronta a spezzare il cordone che la legava a San Sebastiano, pronta a tagliare la corda e fare rotta per altri lidi. Il tocco finale dei suoi preparativi fu la scelta delle chiavi necessarie, e anche qui diede prova di grande discrezione, evitando di arrecare inutili fastidi. Non prese la chiave della cantina, per non irritare il buon padre confessore; né quella della credenza, che conteneva sciroppi e cordiali, per non arrecare dispiacere alle monache più vecchie. Prese soltanto le chiavi che le spettavano di diritto, quelle che le precludevano il suo naturale diritto alla libertà. […]

[…] Temendo che prima della fine del vespro qualcuno potesse scoprire la sua fuga, chiuse a chiave le vecchie amiche. Cercò quindi un rifugio. L’aria della sera era tiepida. Kate corse fino a un bosco di castagni e dormì fino all’alba su un giaciglio di foglie. La cucina spagnola e la giovinezza conciliano il sonno. Catalina si svegliò con le allodole. Non c’era tempo da perdere; vestiva ancora l’abito delle monache e poteva pertanto essere arrestata da chiunque. Armata di un ditale (ahimè, sia detto per inciso, mi ero scordato del ditale, non così Catalina) si mise al lavoro sulla sua ampia sottana ricamata. La voltò e la rivoltò, e grazie alla magia che solo le mani femminili possiedono, la trasformò ben presto in un elegante paio di pantaloni Wellington. Tutte le altre modifiche , a dispetto della scarsezza dei materiali che aveva a disposizione, furono sufficienti a mascherare i due principali pericoli: il suo sesso e la sua condizione monastica.”

Mi sono dilungata un po’ nella citazione, ma volevo aveste il metro per capire quanto questo tipo di narrazione abbia amalgamati insieme ironia e avventura, e dia i natali ad un personaggio, Catalina o Kate, che a dir si voglia, davvero straordinario nella sua bidimensionalità che buca la pagina rendendocela compagna di viaggio e di peripezie tra le più varie. Se non l’avete ancora fatto immergetevi in Le avventure di una monaca vestita da uomo di Thomas De Quincey. Vedrete se non avrò avuto ragione a consigliarvelo e a dirvi che vi farà trascorrere ore di puro svago: un geniale passatempo per i vostri momenti tranquilli.

Il testo originale, pensate un po’ voi, risale al 1847 e sorprende a questo punto il piglio della narrazione e lo scandaglio che l’autore fa nei gesti e nell’animo stesso della sua eroina. Ora potete trovarlo e leggerlo (come ha fatto la sottoscritta) in una deliziosa curatissima edizione di Excelsior 1881 uscita nel 2008.

Avventuratevici!

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Macchiffastapuzza

Oggi la frase del giorno vuol essere un plauso ad un libro deliziosamente scomodamente irriverente. Una favola grottesca e a tratti surreale che muove il lettore al riso pressoché ad ogni passo. Un racconto ben congegnato, con personaggi e situazioni sorprendentemente clowneschi, in una Parigi tinta di magia e narrata con amore sornione. Invenzioni linguistiche gustosissime e a tratti da capogiro. Dialoghi scoppiettanti per arrivare alla fine e voler ricominciare dal principio. 

“CAPITOLO PRIMO

Macchiffastapuzza, si chiese Gabriel, arcistufo. Impossibile, mai che si puliscano. Sul giornale c’è scritto che a Parigi non c’è nemmeno l’undici per cento di appartamenti col bagno, non c’è da meravigliarsi, ma ci si può lavare anche senza. Tutti questi che mi stan d’attorno, però, devo dire che mica fanno di gran sforzi. D’altra parte, perché dovrebb’essere una selezione tra i più lerci di Parigi? Non c’è motivo. È il caso. È assurdo supporre che la gente che sta aspettando alla Gare d’Austerlitz puzzi più di quella che aspetta alla Gare de Lyon. No, via, non ci sarebbe proprio motivo. Però, dico: ma che odore.

Gabriel cavò dalla manica un fazzolettino di seta color malva e ci si tappò le froge.

– Ma che è questo puzzo? – disse una tizia, a voce alta. Non pensava a se stessa, così dicendo. Non era egoista, voleva parlare del profumo emanato da quel signore.

– Questo qui, bambolina, – rispose Gabriel, che aveva la battuta facile, – è « Barbouze », un profumo di Fior.

– Dovrebb’esser proibito appestare il prossimo a codesta maniera, – continuò la tardona, tutta sicura delle sue ragioni.

– Mi sembra di capire, bambolina, che secondo te il tuo profumo naturale batte quello delle rose. Ma guarda che ti sbagli, bambolina mia, ti sbagli.

– Hai sentito? – disse la tizia a un tipetto che le stava accanto, probabilmente quello che aveva il diritto di coprirla legalmente. – Hai sentito come mi manca di rispetto, quel maiale?

Il tipetto esaminò l’impalcatura di Gabriel, e si disse: è un forzuto ma i forzuti son sempre buoni, non se n’approfittano, sarebbe da vigliacchi. Tutto vispo e arzillo gridò:

– Puzzi, eh, gorilla?

Gabriel sospirò. Dover ricorrere ancora alla violenza. Ah, che nauseante costrizione. Fin dai primi ominidi, sempre la stessa storia. Ma, insomma, quel che ci vuole ci vuole. Non era colpa sua se a scocciare il prossimo erano sempre i deboli. Eppure una scappatoia voleva ancora lasciargliela, a quella zanzara.

– Ripeti un po’, dài, – dice Gabriel.

Un po’ stupito che il forzuto replicasse, il tipetto ci mise un po’ prima di combinare la risposta seguente:

– Ohè, ma che ho da ripetere?

Mica scontento della sua formula, il tipetto.

Però quell’armadio a specchiera insisteva; e si curvò per proferire questo pentasillabo monofase:

– Quelkaidettòra…

Il tipetto cominciò a spaventarsi. Era gran tempo, il momento era venuto, di forgiarsi uno scudo verbale, uno purchessia. Il primo che trovò fu un endecasillabo:

– Prima di tutto non mi dia del tu.

– Buffone, – si limitò a rispondere Gabriel, con semplicità.

E alzò il braccio come per menare una sberla al suo interlocutore. Senza insistere, quello andò spontaneamente a finir per le terre, fra le gambe del prossimo suo. Provava gran voglia di piangere. Per fortuna, ecco il treno in arrivo, ottima distrazione. La folla odorosa dirige i suoi multipli sguardi verso i viaggiatori, che cominciano a sfilare. Sono in testa, a passo svelto, gli uomini d’affari; senz’altro bagaglio fuor che la loro borsa portacarte e l’aria di saper viaggiare meglio di chiunque altro.

Gabriel guarda lontano; quelle là saranno in coda, le donne son sempre in coda; ma no, ecco spuntare una ragazzina, che così gli rivolge la parola:

– Sono Zazie. E tu, scommetto, che sei zio Gabriel.

– Esattamente, – risponde Gabriel, con un tono più elevato. – Sì, lo zio son proprio io.

La piccola è beata. Gabriel, cortesemente sorridendo, la prende fra le braccia, la solleva all’altezza delle labbra, la bacia, lei lo bacia, la fa scendere.

– Hai un buon odore, – dice la bimba.

– « Barbouze » di Fior, – spiega il colosso.

– Me ne metterai un po’ dietro le orecchie?

– È un profumo da uomo.

[…]

Gabriel alza le spalle. Non dice nulla. Piglia la valigia di Zazie.

E ora dice qualcosa.

– Andiamo, – dice.

E giù, proiettando a destra e a sinistra tutto quel che capita sulla sua traiettoria. Zazie gli galoppa dietro.

– Zio, – strilla, – si piglia il metró?

– No-

– Come no?

Si è fermata. Anche Gabriel si frena, si volta, posa la valigia e fa la spiega:

– Già, sì: no. Oggi, nix. Sciopero.

– Sciopero?

– Già, sì; sciopero. Il metró, questo mezzo di trasporto eminentemente parigino, s’è addormentato sotto terra, perché gli addetti alle pinze perforanti hanno interrotto qualsiasi lavoro.

– Ah, porci, – esclama Zazie, – ah, cialtroni. Farmi una roba così!

– Mica soltanto a te, – dice Gabriel, perfettamente oggettivo.

– Me ne sbatto. È a me che succede, io che ero tanto felice, beata e tutto, di scarrozzarmi in metró. E c…!

– Bisogna tu ti faccia una ragione, – disse Gabriel le cui affermazioni talora si coloravano d’un tomismo lievemente kantiano.”

Qualcuno sicuramente avrà già capito alla perfezione di cosa si tratta. Ho scelto il primo capitolo perché volevo che accoglieste con Gabriel Zazie, anche se avrei potuto trascrivere tanti altri brani ugualmente divertenti, presentandovi altri personaggi. Volevo invece riservare una degna accoglienza a questa piccola saggia bambina dalle espressioni colorite. Volevo che coglieste l’affetto che lega questi due personaggi, che la faranno da padrone per tutta la vicenda narrata. Il tono della scrittura, lo avrete inteso, è quello del divertissement. I giochi linguistici, le frasi corte, i dialoghi pepati, tutto concorre a far scorrere il libro con la più piena naturalezza e piacevolezza.

Sto parlando ovviamente di Zazie nel metró del geniale Raymond Queneau. L’ho letto nell’edizione tascabile dell’Einaudi che trovate tuttora in commercio. Consigliare di leggerlo è dire poco: sfrucugliatevici!

 

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quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé

Oggi la frase del giorno la prendo a prestito da un libro bellissimo, che mi ha dato molti spunti per fantasticare e un parco immagini davvero non comune da portarmi dietro nei cassettini della memoria. Ho imparato come meravigliosamente la parola, la creatività, il sapere, l’inventare, il raccontare si possano fondere in un’amalgama prezioso e irresistibile alla lettura. Probabilmente qualcuno capirà di che si tratta già dalle prime righe, ma … non credo ne resterete comunque delusi.

“Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino. […]

quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. […]

I futuri non realizzati sono rami del passato: rami secchi. […]

L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.”

Ecco. Dedico queste righe a chi, da viaggiatore, ha sentito sulla pelle quello che dice (o dice di voler dire, quindi pensa) Marco Polo. Qualcosa di ogni città o luogo appena conosciuto è facile rimandi a qualcosa che abbiamo esplorato o esperito nel passato. E, in una specie di caleidoscopio, il viandante si trova a confrontarsi con il se stesso attuale, immerso in quel luogo, con il se stesso altro, immerso in quel luogo (quei luoghi!) del passato. Una sorta di sovracomunicazione spalmata nello spazio tempo, per ricordare e ricordarci, per accogliere altro materiale nel nostro bagaglio di girovaghi…

Il libro in sé è un piccolo capolavoro, composto di camei davvero memorabili: tutte le Città invisibili di Italo Calvino incantano e lasciano incollati alla pagina, trasportano in un altrove ad un passo dalla realtà e danno materiale fecondo per riflettere e trovare significati sempre nuovi.

Lo trovate nella riedizione di tutte le opere di Calvino per Mondadori nei tascabili della collana Oscar opere di Italo Calvino, esattamente la stessa edizione in cui l’ho letto io. Vista la forma stessa delle pagine di cui è composto, con largo uso di spazi bianchi, se volete potete fare come la sottoscritta e disegnare ogni città come l’avete immaginata leggendo le parole di Calvino.

Buona avventura!

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