Le parole fanno male

Le parole fanno male

eppure non posso esimermi dal dirle

eppure non posso fermare il fiume in piena.

 

Le parole fanno male

soprattutto quelle sentite

e vorrei non avere occhi

e vorrei disimparare l’udire.

 

La parole fanno male

e montano dentro come una torta che lievita

per poi sgonfiarsi

all’apertura del forno, a quiete ritornata.

 

Le parole fanno male

soprattutto quelle dette senza aver capito

senza aver sentito e compreso

senza aver bene a mente chi si ha di fronte.

 

Le parole fanno male.

E allora mi chiuderò nel silenzio.

E allora cercherò il silenzio.

E allora volgerò la mente altrove.

 

E sarà lieve l’animo purgato

e sarà morbido il sorriso del dopo

e sarà gioia e serenità

senza nubi.

 

Ma ora non posso che provare dolore

per le parole mal spese

vomitate addosso senza riguardo

senza considerazione e attenzione.

 

Parole come spilli

pillole di crassa crudeltà

che crea solchi

e non ho più neanche lacrime.

Pazzo proprio come il suo cane (liberamente citata da “I cani hanno sempre ragione” di Guido Catalano)

ciò che io vorrei

ciò che io vorrei più di tutto

in questo momento

adesso

ciò che io più desidero al mondo

 

stringergli la mano

parlare con lui

fargli un sacco di domande

ho tante cose da chiedergli

 

e con la sua calma

e la sua dolcezza

lui

saprebbe farmi coraggio

dirmi le cose giuste

 

e berremmo qualcosa

chessò, un caffè

ma forse lui è troppo piccolo

per il caffè

 

parleremmo per ore

mi racconterebbe dei suoi amici e delle sue amiche

del besbol

della scuola

del campeggio

di suo padre barbiere

degli aquiloni

e soprattutto

del suo cane

del suo meraviglioso cane pazzo

 

ho sentito una volta

qualcuno dire

che Charlie

è pazzo proprio come il suo cane

 

io non so quale sia la verità

so solo

che vorrei conoscere quel bambino con la testa tonda

e se il cane viene con lui

tanto meglio

 

Non dare perle ai porci!

I porcellini grufolanti grufolano perché amano grufolare. Li vedi tronfi nel loro esser più o meno sazi muovendosi goffamente, con certo impaccio per le zampette troppo corte rispetto al corpo gonfio, il ventre ampio e tondo. La coda a cavatappi, le orecchie appuntite, il muso ampio e reso grossolano dal naso importante.

Li incontri e subito fa quasi tenerezza quella loro simpatica impacciataggine. Li osservi più da vicino, meglio, perché è ingiusto avere assurdi pregiudizi o il vizio di forma di non voler nemmeno conoscere con più dovizia di particolari un essere tutto sommato soltanto buffo e montato sulle sue.

Comincia l’avvicinamento, a piccoli passi, comincia lo studio dalla giusta distanza. Presa fiducia si compie qualche passo in più, si sfodera un timido sorriso, si procede con felina cautela, ma si procede. Passetto passetto. A spizzichi e mozzichi…

Finalmente siamo nell’aura del maialetto in questione. Maialetto che ha più le dimensioni di un bombolone da metano, ma anni e anni di letture tanto han reso ipocrita l’eloquio. Oddìo, da così vicino comincia a percepirsi un “soave” afrore, che impavido persiste nonostante si tenti di trattenere il respiro per qualche secondo. Inoltre con sgomento si scopre che l’espressione razzolano nel fango non vien detta per licenza poetica, ma per giusto debito di realtà: le scarpe sono praticamente due futuri accessori argillosi. Le scoperte sin qui hanno un po’ spiazzato le buone intenzioni, ma non fiaccato l’entusiasmo, le aspettative, la fiducia in un risultato comunque apprezzabile…

Improvviso, come boato che sembra smuovere le viscere stesse della terra, un grugnito scuote dai buoni propositi e dalle migliori intenzioni e ci si ritrova sbalzati al punto di partenza, con qualche sensazione sgradevole in più e qualche pia illusione in meno.

Si diceva: non dare perle ai porci. Benissimo. E in fin dei conti giusto come lo sa essere solo la saggezza popolare. Vorrei chiosare aggiungendo una postilla prettamente mia, come monito: ed evitate di elargire aspettative alla Uzzi!

Foglioline autunnali

È un po’ che mi vien fatto di pensare che la vita, infine, gira e rigira e sbalza e risbalza le persone, per poi farle cadere più o meno dove avevano cominciato a muovere i loro passi. Giri tortuosi, davvero contorti, tanto che quasi non si riesce più a raccapezzarsi, per poi trovarsi a due millimetri da dove si era cominciato. Un po’ come fragili foglioline autunnali alla ricerca di un approdo che le faccia finalmente arrestare nella loro corsa.

Penso tanto, forse troppo, sicuramente troppo, ma davvero in un frangente come quello che sto vivendo mi trovo spaesata, frastornata, non esattamente felice. Forse in attesa. Che tutto cambi perché resti com’è??!! E mi guardo dal di fuori, come da un obiettivo di una telecamera, e non mi vedo proprio nel migliore dei periodi, ma… Diciamo in risalita. Speranzosa. Ottimista con riserva? Me la si passa?

33 anni. Età forse cruciale. Fossi credente probabilmente le darei più peso. E invece mi trovo a girovagare tra i meandri di me stessa senza trovare una logica. Un filo che unisca ciò che ero, ciò che sono, ciò che sarò. Per ora la sensazione è quella di essere un gran bel mosaico colorato (in ombra a tratti) che aspetta di essere completato. Le mie tessere sono tutte sparpagliate intorno e non vedo un senso d’insieme, che forse mi si chiarirà col tempo.

In qualche modo il cerchio si chiude. Torno ad essere ciò che ero, a fare ciò in cui sono brava. In realtà sono già tornata a farlo, ma con che scotto da pagare? Con che peso? Con quale gratifica finale? La vita è davvero bella e crudele. Mi trovo nella paradossale situazione di poter fare per la prima volta nella vita ciò che veramente mi appassiona, eppure troppo tardi mi sono accorta che la modalità era sbagliata. Sbagliato il mio affidarmi senza riserve. Non voglio essere catastrofica, e le carte in tavola stanno già cambiando moltissimo, ma… Mi chiedo come mai si impari sempre troppo poco da noi stessi, da ciò che si è vissuto e sperimentato prima. Già, non si nasce col famigerato libretto d’istruzioni, ma almeno un cavolo di istinto di conservazione, un pararsi con le mani nella caduta mai che mi sia dato di metterlo in pratica! Ogni volta mi ripeto che è quella buona, che la lezione è imparata. E invece no…

Aria fresca, voglio aria fresca, tornare a sorridere, a ridere, a ballare, cantare, esplodere d’energia com’è nella mia natura chiassosa. Non ce la faccio più a imbrigliarmi in quest’essere grigio e pieno di fantasia e volontà, ma così scontroso e tetro! Capisco. Ogni percorso ha il suo inizio, il suo decorso, la sua fine, ma come al solito mi piacerebbe bruciare le tappe voltare pagina con forza e andare oltre, da subito, senza aspettare il tempo necessario. Fossimo in primavera potrei imputare il tutto ai risvegliati umori della stagione, e invece mi metterò davanti un bello specchio e osserverò con cura il mio caratteraccio impaziente fino all’insofferenza.

Poi si vivrà.

Poi si vedrà.

Continuerò a svegliarmi tutte le mattine e ad compiere le consuete azioni. Crederò di nuovo e ancora, ce la metterò tutta e non mi farò abbattere dagli ostacoli. Nel frattempo però fatemi sfogare, datemi la possibilità di fare il mio ululato alla luna: sono stanca! Le mie scelte mi hanno portata dove sono e non mi lamento, ma sono stanca. Probabilmente una vita lineare non farebbe a caso mio, ma almeno non vivere costantemente come sulle montagne russe???

Il proposito per il nuovo anno: lasciare indietro parte di questa antipatica pesantezza e alleggerire. E in tal modo tornare a gioire. Delle piccole cose, in un quotidiano dialogo con me stessa che non mi veda sempre come quella che sicuramente ha sbagliato qualcosa, ma semplicemente come una ragazza-donna che ci ha provato, con tutta se stessa. E che coglierà i frutti, se frutti dovranno essere. E porterà comunque un bagaglio in più a casa, se frutti non ce ne saranno.

Questo è quanto.

Buon 2014 a tutti!